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Document 52006IE0245

Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Gli indirizzi di massima per le politiche economiche (2005-2008)

GU C 88 del 11.4.2006, p. 76–84 (ES, CS, DA, DE, ET, EL, EN, FR, IT, LV, LT, HU, NL, PL, PT, SK, SL, FI, SV)

11.4.2006   

IT

Gazzetta ufficiale dell'Unione europea

C 88/76


Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema Gli indirizzi di massima per le politiche economiche (2005-2008)

(2006/C 88/16)

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 10 febbraio 2005, ha deciso, conformemente al disposto dell'articolo 29, paragrafo 2, del proprio Regolamento interno, di elaborare un parere sul tema: Gli indirizzi di massima per le politiche economiche (2005-2008).

La sezione specializzata Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale, incaricata di preparare i lavori del Comitato in materia, ha formulato il proprio parere in data 27 gennaio 2006, sulla base del progetto predisposto dal relatore METZLER.

Il Comitato economico e sociale europeo, in data 15 febbraio 2006, nel corso della 424a sessione plenaria, ha adottato il seguente parere con 79 voti favorevoli, 18 voti contrari e 9 astensioni.

Conclusioni e raccomandazioni

Il CESE ha deciso di elaborare il presente parere di iniziativa del CESE in vista del vertice di primavera del 2006 per fornire agli attori della politica economica UE una serie di raccomandazioni per il futuro, emerse dalla varietà di interessi che compongono la società civile.

Nel contesto di una crescita tuttora debole nell'area dell'euro e nell'intera UE e delle sfide connesse in particolare alla globalizzazione e ai mutamenti demografici, il Comitato sostiene che, nel quadro della strategia di Lisbona, è indispensabile una politica macroeconomica coordinata che favorisca attivamente la crescita e l'occupazione per superare gli attuali problemi congiunturali e occupazionali dell'UE. Inoltre, la diffusa crisi di fiducia che investe le grandi economie dell'area dell'euro potrà essere risolta solo ispirandosi ai principi basilari della sostenibilità finanziaria e sociale. Pertanto, il Comitato concorda anche con il giudizio della Commissione secondo cui è essenziale che gli Stati dell'UE pongano in essere una politica di bilancio rispettosa degli impegni assunti.

Il Comitato sostiene la richiesta della Commissione di una riforma sostenibile dei regimi di previdenza sociale. Per ridurre la disoccupazione, è necessario tra l'altro rafforzare la capacità di adattamento dei mercati del lavoro. Al riguardo occorre mantenere la previdenza sociale, nella quale molte persone, a ragione, confidano e, nel contempo, mobilitare il potenziale disponibile di forza lavoro. In tale contesto le parti sociali e i governi degli Stati membri sono invitati a creare un equilibrio tra flessibilità e sicurezza sociale tale da favorire l'innovazione.

Al di là di un'adeguata politica macroeconomica per stimolare la crescita e l'occupazione, il Comitato reputa che occorrano riforme microeconomiche volte a rafforzare il potenziale di crescita: ad esempio misure di sostegno alla competitività e alla sburocratizzazione, ma anche finalizzate all'ulteriore sviluppo del mercato interno UE. Secondo il Comitato sarebbe tuttavia fuorviante ritenere che il livello massimo di integrazione dei mercati coincida in ogni caso con il livello di integrazione ottimale.

Nel quadro della società della conoscenza, il Comitato giudica essenziale prevedere interventi adeguati nei settori dell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita, delle pari opportunità, del sostegno alle famiglie, dell'istruzione, della ricerca e dell'innovazione, ad esempio migliorando ulteriormente le condizioni quadro e i meccanismi per incentivare la creazione di un contesto propizio all'innovazione. Il Comitato aggiunge che particolare considerazione merita in generale il sostegno all'iniziativa imprenditoriale.

1.   Osservazioni preliminari

1.1

Il presente parere di iniziativa sugli indirizzi di massima per le politiche economiche (2005-2008), nell'ambito degli orientamenti integrati per la crescita e l'occupazione (2005-2008), è complementare a quello sugli orientamenti per l'occupazione (2005-2008) (1). Il Comitato ha ripetutamente criticato le modalità della procedura di consultazione, la quale non favorisce la coerenza tra i due pareri. Una trattazione unitaria degli indirizzi di massima per le politiche economiche e degli orientamenti per l'occupazione avrebbe evidenziato meglio le molteplici interconnessioni esistenti tra questi due ambiti.

1.1.1

Ai fini di una migliore realizzazione della strategia di Lisbona, durante lo scorso vertice di primavera il Consiglio europeo ha deciso di collegare gli indirizzi di massima per la politica economica agli orientamenti per l'occupazione, integrandoli nel processo di attuazione della suddetta strategia.

1.1.2

Già nel parere sugli indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (2), il Comitato aveva esortato a orientare maggiormente il policy mix in direzione della crescita economica e della piena occupazione. Tale raccomandazione resta quanto mai attuale.

1.2

Nel quadro degli obblighi previsti dai Trattati, la Banca centrale europea deve non solo garantire la stabilità dei prezzi, ma anche soddisfare le esigenze di crescita e di occupazione dell'economia reale. In linea con il coordinamento dei singoli ambiti della politica macroeconomica definito nel processo di Colonia, la BCE deve quindi impegnarsi in un dialogo costruttivo con i decisori in materia di politica di bilancio e di politica salariale.

1.3

Gli orientamenti integrati vanno intesi come raccomandazioni per le politiche economiche degli Stati membri, anche se in base al principio di sussidiarietà la responsabilità dell'attuazione di tali politiche ricade nella sfera di competenza statale. Infatti, ai sensi dell'articolo 5 TCE, «nei settori che non sono di sua esclusiva competenza la Comunità interviene, secondo il principio della sussidiarietà, soltanto se e nella misura in cui gli obiettivi dell'azione prevista non possono essere sufficientemente realizzati dagli Stati membri e possono dunque, a motivo delle dimensioni o degli effetti dell'azione in questione, essere realizzati meglio a livello comunitario». Ciò nonostante, la politica economica resta una questione di interesse comune a norma dell'articolo 99, paragrafo 1, del TCE.

1.4

Il presente parere analizza l'economia europea nel suo complesso, ferma restando l'eterogeneità delle situazioni nei singoli Stati membri.

2.   Le problematiche di fondo

La situazione di partenza: l'attuale sviluppo economico

2.1

Dopo quattro anni deludenti, nel 2005 si è tornati a registrare una crescita di appena l'1,5 % per l'UE a 25 contro l'1,3 % per la zona euro. Ciò detto, si osservano importanti differenze nello sviluppo dei singoli Stati membri. Malgrado la crescita, l'economia europea non è riuscita a sfruttare appieno le opportunità offerte dalla ripresa a livello mondiale: ad esempio, il divario rispetto ad altre regioni e paesi industrializzati extraeuropei si è ulteriormente allargato.

2.1.1

Anche a causa del deprezzamento dell'euro, il commercio estero ha dato in definitiva un considerevole impulso all'attività economica. Viceversa, la fiducia del consumatore europeo è cresciuta solo lievemente dal 2003 ed è addirittura tornata a calare per molti mesi del 2005: di conseguenza, l'aumento della domanda è stato piuttosto limitato. Non si può ancora parlare di forte domanda interna in grado di dare impulso allo sviluppo congiunturale. L'incertezza mostrata oggi dai consumatori europei si traduce inoltre in una propensione al risparmio comparativamente più elevata rispetto al resto del mondo.

2.1.2

Gli investimenti fissi, che dall'inizio della fase recessiva nel 2001 avevano fatto registrare un calo praticamente ininterrotto, hanno ripreso a crescere l'anno scorso. Inoltre, le opportunità di finanziamento offerte dai bassi tassi di interesse e l'aumento dei profitti delle imprese concorrono a creare un contesto favorevole agli investimenti, anche se più a quelli finanziari a elevata redditività speculativa che a quelli produttivi. Il Comitato esprime comunque preoccupazione per l'entità dei flussi di capitale diretti negli Stati Uniti, i quali rispecchiano anche la debolezza degli investimenti europei. Migliorare le condizioni locali resta quindi di importanza cruciale se si vuole giungere a un aumento sostenibile degli investimenti. Una delle maggiori cause del basso livello di investimenti è l'attuale debolezza della domanda di consumo. Allo stesso tempo, malgrado i prezzi sempre più elevati dell'energia, il tasso di inflazione resta a un livello accettabile: ciò dicasi in particolare per l'inflazione di fondo (non tenendo conto dell'energia e dei generi alimentari non trasformati), la quale si attesta ancora molto al di sotto dell'inflazione apparente. Nondimeno, i rischi legati alla situazione geopolitica e le limitate capacità dell'industria estrattiva di rispondere alle impennate del mercato fanno temere nuove pressioni inflazionistiche. Sulle problematiche legate all'andamento dei prezzi del greggio si tornerà nuovamente nei punti che seguono.

2.1.3

Il Comitato trova sorprendente che, nonostante la situazione finanziaria favorevole e i buoni livelli di rendimento, l'impennata dei profitti realizzati dalle grandi imprese nel biennio 2003-2004 non si sia tradotta in investimenti nella ricerca e nella produzione tali da consentire all'UE di allentare la morsa della concorrenza. Viceversa, le liquidità accumulate vengono destinate a distribuire dividendi supplementari agli azionisti, a riacquistare le proprie quote societarie per influenzare l'andamento borsistico, o a procedere a fusioni e acquisizioni che innescano a loro volta processi di ristrutturazione. Il Comitato è particolarmente preoccupato per questo approccio poco lungimirante che intralcia i necessari investimenti a lungo termine delle imprese.

2.1.4

Uno dei principali problemi dell'economia europea consiste, oltre che nell'attuale debolezza della domanda e in una crescita economica inferiore a quella mondiale, nell'elevato tasso di disoccupazione strutturale. In effetti, la recente ripresa economica ha avuto un impatto positivo solo molto limitato sulla situazione del mercato del lavoro. Il tasso di disoccupazione, che si aggira intorno al 9 %, permane a un livello troppo alto: di conseguenza, l'economia europea non riesce a realizzare appieno il suo potenziale di creazione di ricchezza. A ciò si aggiunga che l'attuale debolezza degli investimenti compromette ulteriormente le future possibilità di crescita.

2.1.5

Questa tendenza a una ripresa senza aumento dell'occupazione (il cosiddetto jobless recovery) è stata osservata anche nei mercati del lavoro di altri paesi e regioni industrializzati comparabili, dove però la situazione appare nella maggior parte dei casi decisamente più favorevole che in Europa. Secondo stime della Commissione (3), la crescita del biennio 2005-2006 porterà a creare oltre tre milioni di nuovi posti di lavoro nell'UE. Tuttavia, ciò avrà un effetto limitato sul tasso di disoccupazione, poiché è da attendersi che il miglioramento della situazione economica stimoli, grazie al ritorno sul mercato del lavoro, un incremento del tasso di partecipazione della forza lavoro.

2.1.6

Pertanto, garantire un'occupazione al potenziale di forza lavoro non utilizzato resta una delle maggiori sfide che incombono sull'UE. Bisognerebbe porre in atto programmi specifici per facilitare l'accesso delle donne e dei giovani al mercato del lavoro e per reintegrare i lavoratori anziani.

Altri due problemi: la globalizzazione e i mutamenti demografici

2.2

Oltre alle attuali problematiche di politica economica e finanziaria, quali la situazione insoddisfacente del mercato del lavoro, in particolare la disoccupazione, e l'aumento dei deficit pubblici, altre sfide attendono l'Unione europea. Si tratta di problemi già noti, i cui effetti però saranno avvertiti pienamente solo in futuro.

2.2.1

Innanzitutto, l'UE deve far fronte a una più aspra concorrenza economica. Oltre a ciò, la rapida espansione delle economie cinese e indiana sta portando sulla scena internazionale due nuove concorrenti che fino a dieci anni fa non avevano alcun ruolo nell'economia globale. La forza lavoro mondiale è raddoppiata e, nel nuovo contesto, le relazioni tra capitale e lavoro hanno subito un mutamento radicale. A causa del loro sviluppo economico, due paesi ad alta densità demografica come la Cina e l'India dispongono di un capitale per lavoratore nettamente inferiore rispetto a quello dei tradizionali paesi industrializzati.

2.2.2

Bisogna compiere ogni sforzo affinché le conseguenze finora prodotte dalla globalizzazione e da una più netta divisione internazionale del lavoro possano anche essere considerate un'opportunità per il futuro dell'Europa. L'ascesa economica della Cina e di altri paesi del Sudest asiatico ha determinato non solo l'aumento della concorrenza negli investimenti, ma anche l'apertura di enormi mercati alle esportazioni europee, mercati che, data la crescente prosperità di questa parte del mondo, presentano un potenziale considerevole. La politica economica deve accompagnare in maniera adeguata i cambiamenti strutturali che ne deriveranno: ciò comporta anche l'organizzazione del quadro regolamentare al livello mondiale sulla tutela delle norme minime in materia ambientale e sociale e dei diritti di proprietà.

2.2.3

L'UE deve anche confrontarsi con un brusco rincaro del greggio legato alla globalizzazione e alla crescente domanda di petrolio su scala mondiale. Grazie a un consumo oculato e a un maggiore impiego di fonti energetiche alternative, nell'UE la dipendenza dal petrolio si è ormai sensibilmente ridotta rispetto al passato, e altri paesi industrializzati concorrenti, ad esempio la Cina, risultano più colpiti da tale situazione. L'UE potrebbe inoltre beneficiare in misura più che proporzionale del fatto che i paesi esportatori di petrolio «riciclano» le loro entrate acquistando prodotti provenienti dall'Unione.

2.2.4

La seconda grande sfida per le economie europee consisterà nell'evoluzione demografica e nel conseguente invecchiamento della popolazione. Al riguardo, tuttavia, l'Unione europea può esercitare solo un'influenza limitata, dato che, come la Commissione ha giustamente rilevato in altra sede, molte delle questioni connesse a quei cambiamenti rientrano negli ambiti di competenza degli Stati membri o delle parti sociali. Il cambiamento demografico, inoltre, rappresenta un fenomeno sociale che può essere affrontato solo limitatamente attraverso misure di politica economica. Per questo motivo è particolarmente importante intervenire in modo da poter operare tempestivamente i necessari adeguamenti.

2.2.5

Le cause principali di tali cambiamenti demografici sono il continuo aumento dell'aspettativa media di vita, l'espandersi della fascia di popolazione con età superiore ai 60 anni e il perdurare di un basso tasso di natalità. I mutamenti nella piramide delle età si ripercuotono su tutti i mercati economici: quello del lavoro dovrà far fronte a una crescente penuria di lavoratori giovani a partire dal 2020, quelli dei prodotti dovranno adattarsi a un nuovo genere di clientela e quello dei capitali registrerà un mutamento nei modelli di risparmio e nella domanda di investimenti patrimoniali. È inoltre da attendersi che il generale inasprimento della concorrenza legato alla globalizzazione si ripercuota sul mercato del lavoro e renda necessaria una diversa organizzazione del lavoro nel quadro del dialogo sociale. È in tale contesto che la strategia dell'apprendimento lungo tutto l'arco della vita trova la propria ragion d'essere (4). Per risolvere il problema demografico sarà anche necessario l'intervento del dialogo sociale e della società civile.

2.2.6

Se l'UE vuole conseguire l'obiettivo di diventare un'economia competitiva e basata sulla conoscenza, le imprese devono essere in grado di promuovere e sviluppare cambiamenti tecnologici e organizzativi, produttività e innovazione. Ciò sarà possibile solo grazie a un costante adeguamento delle qualifiche dei lavoratori alla continua evoluzione della domanda e all'adozione di strategie imprenditoriali efficaci. A questo scopo, le imprese devono integrare nella loro strategia la formazione, intesa come un investimento a medio e lungo termine e non come un'attività volta a ottenere un rendimento dell'investimento rapido, se non addirittura immediato. La formazione professionale, l'istruzione e la formazione lungo tutto l'arco della vita non vanno considerate isolatamente, ma come parte integrante della gestione delle carriere dei lavoratori. Il problema è garantire, attraverso la formazione, che le persone rimangano motivate a qualunque età, valorizzando le competenze e dinamizzando i percorsi professionali. Da questo punto di vista, il bilancio e la convalida delle competenze acquisite sono tutti strumenti da sviluppare nel quadro di progetti professionali individuali articolati con il progetto aziendale (5).

La strategia di Lisbona

2.3

Lo sviluppo dell'economia mondiale negli ultimi cinque anni favorisce il perseguimento degli ambiziosi obiettivi della strategia di Lisbona: rafforzare la competitività su base duratura e garantire l'occupazione. È necessario assimilare i principi dell'Agenda di Lisbona: infatti, è solo confidando nelle proprie forze e avendo il coraggio di cambiare che l'UE potrà conseguire l'obiettivo di diventare la principale economia mondiale basata sulla conoscenza, con posti di lavoro migliori e più sicuri. Tuttavia, stando ai documenti elaborati dal CESE (6) e dal gruppo di esperti ad alto livello (relazione Kok) (7) per conto del Consiglio europeo sulla valutazione dei risultati inerenti alla strategia di Lisbona, gli obiettivi prefissati dall'Unione sono ancora lontani. In fatto di crescita economica, l'UE è rimasta stretta nei vincoli di una politica monetarista che non le permette di rilanciare la domanda attraverso la spesa, ed è quindi notevolmente indietro rispetto agli Stati Uniti: nel periodo 2001-2004, infatti, il suo tasso medio di crescita è stato di appena l'1,5 %. Inoltre, essa non è riuscita a ridurre lo scarto esistente, rispetto ad altri paesi e regioni industrializzati, in termini di PIL pro capite e di aumento della produttività.

2.3.1

A questo riguardo, la strategia di Lisbona presenta numerosi spunti di riflessione volti a rafforzare le dinamiche economiche interne dell'UE e dei suoi Stati membri (8).

2.3.2

Nella maggior parte degli Stati membri, la crescita economica potrebbe essere intensificata innalzando il tasso di occupazione.

2.4

La debole crescita economica europea e il deludente sviluppo del mercato del lavoro sono ascrivibili, tra l'altro, a problemi strutturali ancora irrisolti, con cui devono confrontarsi in primo luogo le grandi economie dell'area dell'euro. Tutti gli Stati membri concordano sulla necessità sia di un consolidamento dei bilanci pubblici sia di un nuovo impulso alla crescita economica.

2.4.1

L'UE deve assurgere essa stessa a motore di crescita economica, se non vuole perdere altro terreno rispetto alle altre principali aree economiche del mondo e se ancora intende raggiungere gli ambiziosi obiettivi fissati nel quadro della strategia di Lisbona.

2.4.2

A questo proposito il Comitato attribuisce un ruolo fondamentale alle parti sociali e alle altre organizzazioni rappresentative della società civile. Il Comitato rimanda ancora una volta al proprio parere sul tema Migliorare l'attuazione della strategia di Lisbona  (9), del quale il presente parere rappresenta il seguito.

Superare la crisi di fiducia

2.5

In alcuni Stati membri, la precarietà della situazione occupazionale ha indotto i consumatori ad accantonare o a rinviare acquisti già decisi. Ciò determina a sua volta un meccanismo di attesa che indebolisce la domanda interna, differisce le transazioni a lungo termine e si ripercuote sulla crescita economica. È preoccupante che al calo dei consumi registrato in alcuni Stati membri durante la recessione del 2001-2003 non abbia fatto seguito un significativo aumento nonostante la successiva ripresa economica, e altrettanto dicasi per le decisioni di investimento delle imprese. Il rischio è che il cosiddetto «effetto aspettativa» si cronicizzi, facendo persistere l'instabilità economica. Si tratta di un pericolo da prevenire con le misure appropriate.

2.5.1

In molti paesi dell'Unione europea, la crisi di fiducia dei lavoratori e dei consumatori è acuita dalla rivelazione degli errori e delle irregolarità commessi dai dirigenti delle imprese o da intere strutture di gestione. Il Comitato ritiene importante che gli Stati europei, sostenuti dall'Unione europea, dedichino maggiore attenzione al problema della mancanza di qualifiche e di integrità morale dei dirigenti di impresa e si attivino maggiormente per contrastare tali carenze. Bisogna inoltre riflettere su come, grazie a una maggiore trasparenza ed eventualmente a norme più severe sulla responsabilità dei dirigenti, si possano incoraggiare quanti ricoprono incarichi direttivi a concentrarsi rigorosamente sui propri compiti e ad agire in modo socialmente responsabile.

2.5.2

Superare la crisi di fiducia in atto nelle grandi economie della zona dell'euro è quindi uno dei compiti fondamentali per l'Unione. Solo una strategia orientata alla sostenibilità finanziaria e sociale riuscirà a mantenere e a rafforzare la fiducia dei cittadini nella capacità di azione dei governi nazionali e delle istituzioni comunitarie (10).

2.5.3

L'alleggerimento dei bilanci pubblici e il rafforzamento dei regimi di sicurezza sociale potrà avvenire solo se unitamente a un miglioramento duraturo della situazione del mercato del lavoro. Le riforme occupazionali rese necessarie dalla sempre più rapida evoluzione dell'economia e dei regimi previdenziali vanno collocate al centro di una politica economica sostenibile. In linea con la strategia di Lisbona, lo Stato può svolgere un ruolo guida per sostenere gli investimenti e la creazione di posti di lavoro in nuove aree, reagendo così in modo costruttivo alle sfide poste dalla globalizzazione.

2.5.4

È quindi estremamente importante, attraverso un maggiore coordinamento delle misure in materia di commercio, concorrenza, industria, innovazione, istruzione e formazione e occupazione, dedicare particolare attenzione a questi nuovi ambiti e alle opportunità che essi offrono. L'intera società civile dovrebbe assumersi, in questo contesto, le debite responsabilità.

2.5.5

È essenziale che anche la politica monetaria e finanziaria sostengano la crescita e l'occupazione (11). Ciò che realmente serve agli Stati è un coordinamento della politica economica. Bisogna però evitare che le misure economiche volte a stimolare la domanda finiscano per minare la fiducia nella stabilità.

3.   Una politica macroeconomica per la crescita e l'occupazione

La politica di bilancio

3.1

Le riforme strutturali non sostenute da una domanda sufficiente hanno effetti negativi sull'occupazione. Sin da oggi si dovrebbe tenere conto dell'elevata pressione a lungo termine che l'invecchiamento della popolazione esercita sulla spesa pubblica. A questa condizione, la politica finanziaria potrebbe contribuire, nel quadro di una politica macroeconomica equilibrata, anche a un rafforzamento della domanda effettiva (12).

3.1.1

A tal fine gli Stati membri devono predisporre una programmazione finanziaria più realistica e trasparente. Un esame critico dell'operato dei governi e una maggiore disciplina di spesa consentirebbero di apprezzare meglio l'importanza della spesa pubblica e contribuirebbero ad accelerare la crescita economica. Ciò dicasi altresì per tutti i livelli dell'Unione europea. All'interno dei singoli paesi servono meccanismi di attuazione più rigorosi al fine di combattere alla radice i rischi di deficit pubblico. Nelle previsioni dell'autunno 2005 sul tasso di disavanzo pubblico, la Commissione sottolinea l'esigenza di un consolidamento. Malgrado la continua (ma debole) ripresa economica, la Commissione stima che nel biennio 2005-2006 il disavanzo di bilancio dell'UE a 25 aumenterà del 2,7 %, cioè solo poco al di sotto del valore di riferimento del 3 %.

3.1.2

Una politica finanziaria rigorosa è un importante prerequisito per consentire al Sistema europeo di banche centrali (SEBC) di garantire la stabilità dei prezzi mantenendo relativamente bassi i tassi di interesse. Per garantire la stabilità dei prezzi, la Banca centrale europea (BCE) dovrebbe continuare a vigilare attentamente sui rischi di aumento dell'inflazione dovuti a cause primarie (come l'eccesso di liquidità a livello mondiale) o secondarie (come l'aumento del prezzo dell'energia). Pertanto, il Comitato condivide la conclusione della Commissione secondo cui il mantenimento della stabilità dei prezzi dovrebbe continuare a essere l'obiettivo prioritario della BCE.

La sostenibilità dei sistemi previdenziali

3.2

La pressante esigenza di adeguare i regimi di previdenza sociale dipende non tanto dalla globalizzazione, quanto piuttosto dall'elevato tasso di disoccupazione strutturale e dai drastici cambiamenti demografici causati dal calo del tasso di natalità e dall'aumento dell'aspettativa di vita: ciò, infatti, può tradursi in un sempre maggiore allungamento del periodo di erogazione delle pensioni. Il Comitato sostiene la Commissione in tutte le sue misure a favore dell'occupazione e nell'invito a una riforma sostenibile dei regimi di previdenza sociale, in quanto un elevato livello di sicurezza sociale è essenziale per «garantire l'equilibrio fra competitività, domanda e coesione sociale» (13). In tal senso è necessario mantenere la previdenza sociale, nella quale molte persone, a ragione, confidano.

3.2.1

La riforma dei regimi di previdenza sociale deve andare di pari passo con l'adozione di piani specifici volti ad agevolare l'accesso delle donne al mercato del lavoro, garantendo quindi, fra l'altro, servizi di assistenza infantile, scuole, ecc. È necessario sostenere le misure che consentono di conciliare maggiormente famiglia e lavoro, ad esempio migliorando l'assistenza infantile a tempo pieno (14). In paesi dove l'offerta di tale assistenza non è sufficiente, il tasso di occupazione femminile è relativamente basso. Al contrario, in paesi in cui questo tasso è elevato, vi è una buona disponibilità di strutture che forniscono tale servizio. È statisticamente dimostrato che nell'Unione europea esiste un divario significativo tra il numero dei figli desiderati (2,3) e quelli effettivi (1,5). Un tasso di natalità di 2,1 sarebbe sufficiente ad arrestare il previsto calo della popolazione europea. La creazione di infrastrutture adeguate, insieme con un'organizzazione del lavoro rispettosa delle garanzie per i lavoratori — che renda il lavoro a tempo parziale più attraente sia per i datori di lavoro che per i lavoratori e faciliti le sospensioni dell'attività lavorativa senza tuttavia incoraggiarle, o ancora introduca un orario di lavoro più flessibile potrebbe aumentare sensibilmente a lungo termine, almeno in alcuni Stati membri, gli incentivi al rientro dei genitori sul mercato del lavoro, dopo un periodo dedicato all'educazione dei figli. Inoltre, una riforma sostenibile del mercato del lavoro che portasse a un aumento della richiesta di manodopera rafforzerebbe anche la posizione dei lavoratori e quindi la disponibilità degli imprenditori a migliorare la compatibilità tra vita familiare e professionale.

3.2.2

Anche i governi e le parti sociali sono invitati ad appoggiare, mediante accordi collettivi, la creazione di nuovi sbocchi occupazionali e di un equilibrio fra flessibilità e sicurezza sociale tale anzitutto da favorire l'innovazione. A tal fine, in materia di «lavoratori anziani», il Comitato ha sostenuto le raccomandazioni e l'analisi effettuate dalla Commissione nella sua comunicazione (COM(2004) 146 def.), secondo cui «le parti sociali dovranno allargare e intensificare i loro sforzi, sia a livello nazionale che a livello comunitario, per creare una nuova cultura in materia di invecchiamento e di gestione del cambiamento. I datori di lavoro continuano tuttora, troppo spesso, a privilegiare regimi di pensionamento anticipato». È di fondamentale importanza aumentare il tasso di occupazione. Su questo punto il CESE ritiene che, per accrescere il tasso occupazionale globale, o quello della fascia di età compresa fra i 55 e i 64 anni, occorra anche aumentare il tasso di occupazione delle categorie di potenziali lavoratori poco utilizzati. A tale scopo occorre, da un lato, intervenire energicamente per mobilitare tutte le riserve di manodopera disponibili nell'Unione, in particolare i giovani, afflitti da una disoccupazione demotivante che desta preoccupazione per la dinamica futura del tasso di occupazione complessivo, nonché le donne e i disabili (15).

Riduzione della disoccupazione e mobilitazione della forza lavoro

3.3

Il Comitato sottolinea la necessità, già fatta presente dalla Commissione, di incrementare in misura sostanziale i tassi di occupazione, in particolare nelle grandi economie nazionali, e di aumentare in modo sostenibile l'offerta di forza lavoro. Per garantire la sostenibilità dell'economia europea nel lungo periodo, la lotta alla disoccupazione di massa deve assurgere a priorità assoluta.

3.3.1

L'elevata disoccupazione strutturale e l'espansione del commercio mondiale pongono ulteriori esigenze sul piano di un adeguamento efficace e dinamico ai mercati del lavoro. In particolare nei mercati di esportazione, ma anche nel settore dei servizi, si vanno aprendo numerose nuove opportunità sull'onda di un commercio mondiale in forte espansione. La capacità di adattamento dei mercati del lavoro deve confrontarsi con esigenze completamente nuove, la risposta alle quali presuppone l'esistenza di un quadro stabile.

3.3.2

I mercati del lavoro europei devono essere in grado di reagire meglio e più rapidamente a tendenze come l'outsourcing (esternalizzazione) e l'offshoring (delocalizzazione). I regimi di assicurazione contro la disoccupazione, i sistemi di protezione sociale e i servizi di collocamento dovrebbero coprire non solo la transizione dalla disoccupazione all'impiego, ma anche i passaggi tra diverse situazioni occupazionali, quali ad esempio lavoro, formazione, sospensione dell'attività lavorativa o svolgimento di un'attività autonoma. Poiché in questo campo l'Unione europea dispone solo di competenze limitate, sono gli Stati membri a dover gestire in tal senso le loro istituzioni del mercato del lavoro.

3.3.3

A ciò si aggiunga che esistono ancora ostacoli transitori alla mobilità transfrontaliera dei lavoratori all'interno dell'UE. Il Comitato invita gli Stati membri a verificare in modo rigoroso la possibilità di porre fine ai periodi transitori previsti. A tal fine è necessaria un'adeguata partecipazione e consultazione delle parti sociali a tutti i livelli pertinenti (16). L'eventuale mantenimento di tali periodi transitori dovrà essere giustificato in ogni caso da ragioni gravi e oggettive.

3.3.4

Poiché tra le persone con qualifiche professionali scarse o nulle il tasso di disoccupazione è decisamente superiore a quello medio, la promozione della formazione iniziale e permanente costituisce uno degli strumenti più importanti della politica del mercato del lavoro. Questi tipi di formazione, infatti, rappresentano altrettanti investimenti in capitale umano, poiché aumentano le opportunità degli individui sul mercato del lavoro e ampliano le possibilità di produzione delle imprese. Il fattore formazione contribuisce in misura rilevante alla crescita della produttività e della competitività sul piano internazionale. Le parti sociali dovrebbero accordarsi, nei contratti collettivi e in tutte le relazioni contrattuali che li riguardano, sulla necessità per il lavoratore di mantenere e arricchire il proprio capitale umano attraverso la formazione permanente e la crescita professionale.

3.3.5

In particolare tra i giovani la formazione professionale è giustamente considerata la premessa necessaria per una futura occupazione, benché di per sé non costituisca ancora una garanzia di perfetta corrispondenza rispetto alla domanda di lavoro. Le persone anziane, tra le quali, così come tra i giovani, si registra un tasso di disoccupazione superiore alla media, devono anch'esse poter acquisire nuove competenze grazie a misure di formazione permanente e di qualificazione professionale. Infatti, il degrado del potenziale produttivo dei lavoratori anziani non è legato al passare degli anni, bensì all'obsolescenza delle qualifiche, situazione alla quale si può ovviare grazie alla formazione. Detto ciò, va notato che non basta prevedere una politica rivolta ai lavoratori ultraquarantenni e ultracinquantenni (17).

3.4

I notevoli oneri fiscali e contributivi che gravano sul fattore lavoro costituiscono per il Comitato un grave problema.

4.   Riforme microeconomiche per il rafforzamento del potenziale di crescita

Il mercato interno dell'UE

4.1

Il Comitato condivide l'opinione della Commissione secondo cui una politica economica orientata all'occupazione e alla crescita deve avere come parti integranti l'ampliamento e l'approfondimento del mercato interno. Il Comitato non ritiene tuttavia che i problemi incontrati nell'attuazione della strategia di Lisbona siano dovuti per la maggior parte a un'insufficiente integrazione del mercato interno.

4.1.1

L'integrazione a tutt'oggi incompleta del mercato dei servizi può difficilmente essere considerata la causa primaria dell'andamento negativo dell'occupazione e della crescita economica. Un'ampia fetta di disoccupati è costituita da persone scarsamente qualificate che trarrebbero solo pochi benefici dall'integrazione del mercato europeo dei servizi. Se è vero che la rimozione degli ostacoli di natura fiscale migliorerebbe le condizioni per gli investimenti e che il superamento degli ostacoli alla mobilità agevolerebbe i datori di lavoro e i lavoratori, è pure vero che probabilmente ciò non contribuirebbe a migliorare in maniera sostanziale la situazione dei mercati del lavoro nazionali. Un ulteriore sviluppo del mercato interno in vista della creazione di un vero e proprio mercato interno dei servizi può comunque dare un apporto importante in tal senso.

4.1.2

Secondo il Comitato sarebbe soprattutto errato ritenere che il livello massimo di integrazione dei mercati coincida in ogni caso con il livello di integrazione ottimale. Specie nei casi dei mercati tipicamente regionali o locali, in cui operano molti prestatori di servizi, il volume delle prestazioni transfrontaliere sarà sempre molto limitato. È proprio in questi casi che un'armonizzazione forzata potrebbe dare l'impressione che le politiche comunitarie non tengano sufficientemente conto delle particolarità locali, e condurre quindi a un aggravamento delle attuali diffidenze. Per questo motivo si devono almeno individuare chiaramente gli ostacoli presenti e valutarli in rapporto alle normative che resteranno in vigore anche in futuro a causa delle peculiarità dei singoli Stati membri, e a cui gli operatori del mercato dovranno adeguarsi. Al riguardo occorrerà dare la priorità a un'attenta considerazione di ciascun mercato e di ciascun settore.

4.1.3

Il Comitato sostiene inoltre la raccomandazione della Commissione secondo cui gli aiuti di Stato tali da ostacolare la concorrenza andrebbero gradualmente aboliti o indirizzati verso la ricerca, l'innovazione e la formazione professionale, in linea con la strategia di Lisbona. Oltre a perseguire l'obiettivo di una maggiore competitività, tali misure avrebbero anche l'effetto di ridurre la spesa pubblica o di aumentare gli investimenti pubblici orientati al futuro.

4.1.4

L'integrazione dei mercati europei dei capitali è importante per il rilancio della crescita economica dell'UE. Negli ultimi anni sono stati profusi notevoli sforzi per creare un quadro normativo per un mercato integrato dei capitali e dei servizi finanziari. In tale contesto, il Comitato prende atto delle critiche espresse nei confronti di un esercizio di armonizzazione eccessivamente rapido e costoso.

4.1.5

Prima di presentare ulteriori proposte di armonizzazione e regolamentazione è necessario sottoporle a un'attenta valutazione preliminare in base ai criteri della necessità e dell'urgenza. Nel breve periodo le proposte di direttiva non indispensabili andrebbero accantonate. Attualmente, infatti, sembra molto più opportuno concentrarsi sull'attuazione e sul consolidamento — in un'ottica di orientamento al mercato e di efficienza in termini di costi — delle recenti iniziative legislative non ancora portate a definitivo compimento. Al riguardo il Comitato sostiene inoltre le posizioni espresse nel Libro bianco della Commissione sulla politica in materia di servizi finanziari (2005-2010).

Concorrenza e sburocratizzazione

4.2

Il Comitato si compiace per gli obiettivi di liberalizzazione del commercio indicati dalla Commissione. Un'amministrazione snella e moderna impegnata nei suoi compiti fondamentali presenta anche un certo potenziale di risparmio, ma può disorientare gli Stati membri che in caso di crisi si troverebbero privi dei mezzi di intervento. Come linea guida gli Stati membri dovrebbero considerare maggiormente la possibilità di concentrarsi in modo più ambizioso sull'esercizio delle funzioni statali di maggior rilievo, tra cui l'istruzione, le infrastrutture pubbliche, la sicurezza interna ed esterna, la protezione sociale e un livello elevato di sanità pubblica. Al riguardo il Comitato condivide interamente le prese di posizione della Commissione circa l'importanza che una migliore legislazione ha per l'economia. Una più intensa consultazione delle parti interessate nel corso delle procedure legislative servirà ad accrescere la trasparenza dei processi decisionali nell'interesse del legislatore come degli operatori del mercato.

4.2.1

Una competizione più intensa servirà anche da traino per promuovere l'innovazione. Il quadro politico per l'innovazione e, più in generale, la ricerca andrebbe migliorato. A questo riguardo, il Comitato si richiama alle proposte ancora attuali già avanzate in numerosi pareri, che conferma in questa sede (18).

4.2.2

Il CESE ritiene che il problema dell'alleggerimento delle pratiche amministrative non abbia ricevuto un'attenzione sufficiente negli indirizzi di massima. Insiste pertanto sull'importanza dei piani comunitari per migliorare la legislazione, ma deplora la mancanza di un appello chiaro agli Stati membri affinché adottino misure per snellire tali pratiche, per esempio semplificando i sistemi fiscali e contributivi. Altrettanto dicasi per la legislazione comunitaria e la sua applicazione nei singoli Stati. Non solo lo snellimento dei processi decisionali, ma anche la semplificazione degli adempimenti amministrativi, ridurrebbero i costi e allevierebbero la pressione sui bilanci pubblici.

4.2.3

Nell'ambito della regolamentazione, della deregolamentazione e della liberalizzazione dei mercati è necessario ponderare con cura gli interessi inerenti alla tutela dei consumatori o alla protezione dell'ambiente, e contemperare gli obiettivi di politica sociale con le opportunità di crescita dell'intera economia. Le future attività legislative e di sorveglianza dovrebbero formare oggetto di una valutazione d'impatto normativo più efficace di quanto non sia avvenuto finora (19).

4.2.4

Una regolamentazione troppo ampia limiterebbe eccessivamente la produttività delle PMI e di altri operatori indipendenti, i quali dispongono solo di strutture gestionali e amministrative di dimensione ridotta. Il Comitato rinnova pertanto l'invito a creare uno status specifico per le PMI (20).

4.2.5

Il Comitato ritiene che una cooperazione rafforzata tra il settore pubblico e le imprese nell'esercizio delle funzioni pubbliche (partenariato pubblico-privato) costituisca un'interessante opportunità. Questa recente modalità di cooperazione tra gli Stati membri e la stessa Unione nell'offerta e prestazione di servizi pubblici dovrebbe garantire condizioni uniformi tra i settori pubblico e privato, massimizzando così i benefici per i cittadini. Si dovrebbe considerare il ricorso al capitale privato per finanziare i progetti ogni qual volta ciò sia vantaggioso sul piano dei costi, indipendentemente dal modo in cui i progetti sono elaborati, realizzati o gestiti.

Istruzione e formazione

4.3

Il concetto di formazione permanente, soprattutto se attraverso metodi di apprendimento flessibili, svolge un ruolo importante nel contesto della società basata sulla conoscenza. Se si vuole realizzare tale formazione, occorre sviluppare nella società una cultura dell'apprendimento e un'infrastruttura in grado di sostenerla. Inoltre, le parti sociali e la società civile dovrebbero promuovere il modello di un apprendimento lungo tutto l'arco della vita. Anche nel settore dell'istruzione e della formazione sarebbe opportuno considerare un maggiore ricorso alla possibilità di partenariato pubblico-privato. Per finanziare tale infrastruttura serve al momento un sostegno ancora più forte da parte dello Stato, sostegno che fino a oggi è stato però insufficiente. Nel 2002 la spesa totale per l'istruzione e la formazione nell'UE a 25 era pari al 5,2 % del PIL, in linea cioè con i dati relativi ad aree economiche raffrontabili. Tuttavia, in proposito il settore privato forniva una percentuale pari al solo 0,6 % del PIL: si tratta di un valore ben inferiore a quello delle regioni di riferimento, il quale potrebbe essere aumentato, ove risulti economicamente vantaggioso, durante il periodo di validità del progetto o del prestito.

4.3.1

In un precedente parere il CESE si è già pronunciato sul rapporto tra scambi culturali e giovani con riguardo a un programma d'azione integrato nel campo dell'apprendimento permanente (21). In questa sede è opportuno ribadire l'importanza di tale rapporto per la creazione di una società basata sulla conoscenza. La promozione degli scambi culturali (soprattutto tra i giovani) stimola l'interesse in altri campi della cultura e favorisce quindi il reciproco scambio di conoscenze.

4.3.2

Il Comitato si compiace che la direttiva sul riconoscimento delle qualifiche abbia rimosso una serie di gravi ostacoli alla mobilità dei lavoratori dipendenti e autonomi, e chiede agli Stati membri di attuarla in tempi rapidi. Oltre a ciò, è lecito supporre che i regolari confronti tra le prestazioni e le analisi comparative tra università e scuole, come quelli effettuati nell'ambito del progetto Pisa e del processo di Bologna, avranno l'effetto di stimolare l'ambizione dei partecipanti e la loro disponibilità ad impegnarsi (22).

4.3.3

Inoltre, il sistema europeo dell'istruzione terziaria non è abbastanza orientato all'obiettivo di assurgere a centro di eccellenza mondiale per la ricerca avanzata. I concetti di «centri di eccellenza» e «poli di eccellenza» dovrebbero essere oggetto di maggiore attenzione al livello nazionale ed europeo, nei casi in cui ciò non avvenga ancora abbastanza. Così facendo si potrebbe contrastare la «fuga di cervelli», ossia l'esodo dei ricercatori di punta europei fuori dal territorio dell'Unione.

Ricerca e innovazione

4.4

Il prevedibile calo e invecchiamento della popolazione in Europa comportano la necessità di una sempre maggiore innovazione tecnologica, al fine di garantire il benessere futuro dell'insieme della società europea. Tuttavia, la Commissione ha rilevato, e giustamente fatto notare, come gli sforzi per stimolare una maggiore innovazione nell'UE siano stati finora inadeguati (23).

4.4.1

Per aumentare la capacità di innovazione a livello europeo, il Comitato ritiene indispensabile eliminare gli ostacoli che si frappongono alla sua diffusione transfrontaliera. Il livello della capacità di innovazione, che permane inferiore alle possibilità, costituisce, assieme alla difficile situazione del mercato del lavoro, uno dei fattori determinanti per il rallentamento della crescita della produttività nell'area dell'euro. Per ottenere risultati migliori nel campo dell'innovazione andrebbero tuttavia rimosse le cause della frammentazione del mercato europeo, che oggi ostacolano la diffusione delle nuove tecnologie.

4.4.2

Il Comitato conviene con la Commissione sulla necessità di continuare a migliorare le condizioni di base e i meccanismi di incentivo per la creazione di un clima produttivo e propizio all'innovazione.

4.4.3

Gli aiuti statali all'innovazione dovrebbero essere più efficienti e mirati, onde evitare che producano un effetto dissuasivo sugli investitori privati e che vi sia un impiego inappropriato di risorse pubbliche. Bisognerebbe attuare più progetti in stretta consultazione con le università e le imprese, ferma restando la necessità della ricerca di base, per migliorare il legame tra la ricerca e il settore privato.

4.4.4

La disciplina delle iniziative statali volte a promuovere la ricerca dovrebbe essere più trasparente per consentire un accesso più agevole ai finanziamenti pubblici a esse destinati. Il Comitato riterrebbe inoltre positiva una più stretta cooperazione anche tra i servizi della Commissione. Il Comitato ribadisce ancora una volta la richiesta che le condizioni di base per l'attribuzione degli aiuti siano realizzate in modo tale da renderle accessibili alle PMI e alle microimprese, e da loro utilizzabili.

4.4.5

Anche l'introduzione di un brevetto comunitario valido in tutta l'UE contribuirebbe a favorire l'innovazione. Gli ostacoli che si oppongono alla sua adozione (come il problema linguistico) dovrebbero essere superabili. Il Comitato insiste ancora una volta sull'opportunità di introdurre quanto prima tale brevetto.

Piccole e medie imprese

4.5

Come osservato dal CESE in un precedente parere, la promozione dell'iniziativa economica privata merita speciale attenzione (24). Soprattutto le PMI presentano particolari potenzialità riguardo alle capacità di innovazione. Per compensare la loro situazione di svantaggio sul piano dei costi rispetto a imprese di maggiori dimensioni e consolidate, esse devono affermarsi sul mercato con prodotti e servizi innovativi. Pertanto il CESE esprime apprezzamento per la richiesta della Commissione di rimuovere gli ostacoli che in Europa si frappongono all'accesso delle giovani imprese ai finanziamenti in generale, e al mercato dei capitali di rischio in particolare (25).

Bruxelles, 15 febbraio 2006

La Presidente

del Comitato economico e sociale europeo

Anne-Marie SIGMUND


(1)  Cfr. il parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione (ai sensi dell'articolo 128 del Trattato CE) (GU C 286 del 17.11.2005, pag. 38).

(2)  Cfr. il parere del CESE sul tema Indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (GU C 80 del 30.3.2004, pag. 120), di cui il presente parere va visto come il seguito ideale.

(3)  Previsioni d'autunno della Commissione (2005).

(4)  Cfr. il parere del CESE sul tema Crescita economica, fiscalità e sostenibilità dei sistemi pensionistici nell'Unione europea (GU C 48 del 21.2.2002, pag. 89).

(5)  Cfr. il parere del CESE sul tema Competitività delle imprese (GU C 120 del 20.5.2005, pag. 89), punti 5.4.6.3-5.4.6.4, e il parere del CESE sul tema Aumentare il tasso d'occupazione dei lavoratori anziani e differire l'uscita dal mercato del lavoro (GU C 157 del 28.6.2005, pag. 120), punto 4.3.5.4.

(6)  Cfr. il parere del CESE sul tema Migliorare l'attuazione della strategia di Lisbona (GU C 120 del 20.5.2005, pag. 79).

(7)  Affrontare la sfida. Strategia di Lisbona per la crescita e l'occupazione, relazione del gruppo ad alto livello presieduto da Wim KOK, novembre 2004.

(8)  Conclusioni della presidenza del Consiglio dell'Unione europea (19255/2005 del 18.6.2005), in particolare i punti 9-11, e Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo - Azioni comuni per la crescita e l'occupazione. Il programma comunitario di Lisbona (COM(2005) 330 def. del 20.7.2005).

(9)  Cfr. il parere del CESE sul tema Migliorare l'attuazione della strategia di Lisbona (GU C 120 del 20.5.2005, pag. 79).

(10)  Cfr. anche il parere della sezione specializzata Unione economica e monetaria, coesione economica e sociale sul tema Il rafforzamento della governance economica - La riforma del Patto di stabilità e di crescita (ECO/160 - CESE 780/2005 fin del 31.1.2006).

(11)  Il CESE ha ripetutamente espresso tale necessità, ad esempio nel recente parere sul tema La politica occupazionale: il ruolo del CESE dopo l'allargamento e nella prospettiva del processo di Lisbona (GU C 221 dell'8.9.2005, pag. 94).

(12)  Cfr. anche il parere del CESE sul tema Indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (GU C 80 del 30.3.2004, pag. 120), punto 1.4.

(13)  Cfr. il parere del CESE sul tema Indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (GU C 80 del 30.3.2004, pag. 120), punto 1.5.3.

(14)  Cfr. il parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione (ai sensi dell'articolo 128 del Trattato CE) (GU C 286 del 17.11.2005, pag. 38). Al punto 3.2.3 vi si afferma tra l'altro: «Il Comitato esorta gli Stati membri a continuare a promuovere la compatibilità fra vita familiare e lavorativa. È un compito che interessa l'intera società [...]».

(15)  Cfr. il parere del CESE sul tema Aumentare il tasso d'occupazione dei lavoratori anziani e differire l'uscita dal mercato del lavoro (GU C 157 del 28.6.2005, pag. 120), punti 6.3.2 e 4.4.4.

(16)  La dimensione sociale della globalizzazione - Il contributo della politica dell'UE perché tutti possano beneficiare dei vantaggi (COM(2004) 383 def. del 18.5.2004).

(17)  Cfr. l'indagine internazionale dell'OCSE sull'alfabetizzazione degli adulti (International Adult Literacy Survey - IALS) e i pareri del CESE dal titolo Lavoratori anziani (GU C 14 del 16.1.2001) e Aumentare il tasso d'occupazione dei lavoratori anziani e differire l'uscita dal mercato del lavoro (GU C 157 del 28.6.2005, pag. 120), punto 4.3.5.

(18)  Cfr. i seguenti pareri del CESE: I ricercatori nello Spazio europeo della ricerca: una professione, molteplici carriere (GU C 110 del 30.4.2004, pag. 3), Integrare e rafforzare lo Spazio europeo della ricerca (GU C 32 del 5.2.2004, pag. 81), Lo spazio europeo della ricerca: imprimere un nuovo slancio - Rafforzare, riorientare, aprire nuove prospettive (GU C 95 del 23.4.2003, pag. 48) e Rafforzare la coesione e la competitività attraverso la ricerca, lo sviluppo tecnologico e l'innovazione (GU C 40 del 15.2.1999, pag. 12).

(19)  In questo senso il CESE ha già caldeggiato in altra sede la creazione di un quadro giuridico e di un sistema fiscale semplificato a livello statale, cfr. il parere del CESE sul tema Indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (GU C 80 del 30.3.2004, pag. 120), punto 4.4.2.4.

(20)  Cfr. parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione (ai sensi dell'articolo 128 del Trattato CE) (GU C 286 del 17.11.2005, pag. 38).

(21)  Parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Parlamento europeo e del Consiglio che istituisce un programma d'azione integrato nel campo dell'apprendimento permanente (GU C 221 dell'8.9.2005, pag. 134).

(22)  Il CESE ha già sottolineato altrove «l'importanza della trasparenza e dell'armonizzazione delle qualificazioni in tutta l'Europa e a livello internazionale», cfr. il parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione (ai sensi dell'articolo 128 del Trattato CE) (GU C 286 del 17.11.2005, pag. 38), punto 3.8.1.

(23)  L'UE destina attualmente solo il 2 % del proprio PIL alla ricerca e allo sviluppo, cfr. Commissione europea, Raccomandazione sugli indirizzi di massima per le politiche economiche degli Stati membri e della Comunità (ai sensi dell'articolo 99 del Trattato CE) (COM(2005) 141 def.), sez. B.2. Si tratta di una percentuale di poco superiore a quella registrata al momento di avviare la strategia di Lisbona e ancora molto distante dall'obiettivo dell'UE di portare gli investimenti per la ricerca al 3 % del PIL. Al riguardo, il Comitato ricorda che due terzi di tale percentuale devono risultare a carico del settore privato.

(24)  Parere del CESE in merito alla Comunicazione della Commissione al Consiglio - Promuovere lo spirito imprenditoriale in Europa: priorità per il futuro (GU C 235 del 27.7.1998) e parere del CESE in merito alla Proposta di decisione del Consiglio sugli orientamenti per le politiche degli Stati membri a favore dell'occupazione (ai sensi dell'articolo 128 del Trattato CE) (GU C 286 del 17.11.2005, pag. 38).

(25)  Già in precedenti pareri il CESE si era espresso in tal senso, caldeggiando nel contempo la promozione dello spirito imprenditoriale e la creazione di imprese, cfr. il parere del CESE sul tema Indirizzi di massima per le politiche economiche 2003-2005 (GU C 80 del 30.3.2004, pag. 120), punto 4.4.2.4.


ALLEGATO 1

al parere del Comitato economico e sociale europeo

Emendamento respinto

Nel corso della discussione è stato respinto il seguente emendamento, che ha ottenuto un numero di voti favorevoli superiore ad un quarto dei voti espressi:

Punto 2.5.1

Si propone di eliminare l'intero punto.

Motivazione

Ventitre milioni di imprese di ogni genere e un numero molto superiore di dirigenti (perlopiù lavoratori dipendenti) esercitano la loro attività negli Stati membri dell'Unione europea. Questi ultimi si trovano ad operare in un contesto soggetto a forti tensioni e sono responsabili di quasi tutti gli eventi che si producono in una società per fatto o colpa dei loro collaboratori. Molti dirigenti rinunciano alle loro funzioni o si assicurano contro i rischi connessi a detti eventi.

Tutti gli Stati membri dell'UE sono dotati di strumenti giuridici (codici civili, codici di commercio, codici penali ecc.) che disciplinano la responsabilità di coloro che ricoprono incarichi direttivi nelle imprese.

Ciononostante, al punto 2.5.1 si chiede agli Stati membri e all'Unione europea di dedicare maggiore attenzione alla qualificazione e all'integrità morale dei dirigenti di impresa e di attivarsi maggiormente per contrastare le carenze in questi campi.

In proposito emergono alcune questioni, che occorrerà porsi se si vuole che il parere del CESE riceva la dovuta considerazione:

1.

In che modo l'UE e i suoi Stati membri devono controllare il livello di qualificazione e l'integrità morale di diverse decine di milioni di persone? A tal fine è necessario istituire dei nuovi organismi? I sistemi giuridici esistenti non sono sufficienti e non bisognerebbe semplicemente applicare il diritto vigente?

2.

Se e in quanto i dirigenti sono responsabili dei fatti commessi dai loro collaboratori, perché non estendere questa regola anche a coloro che non rivestono funzioni direttive, affinché anch'essi lavorino in modo efficiente e coscienzioso, siano sufficientemente qualificati e diano prova di un comportamento irreprensibile? In quanto organo che mira all'accordo tra le componenti della società civile, il CESE dovrebbe chiedere che anche i lavoratori, nonché tutte le fondazioni e le organizzazioni non governative senza fini di lucro, siano dotati delle qualifiche necessarie e soggetti alle pertinenti norme deontologiche, ed esortare gli Stati membri e l'Unione europea a vigilare al riguardo. Perché, infatti, tali requisiti dovrebbero riguardare solo i dirigenti?

3.

Nel corso del dibattito svoltosi nella sezione ECO preliminarmente all'adozione del parere, alcuni hanno sostenuto che non si dovesse prendere sul serio l'appello lanciato all'UE e agli Stati membri, dato che si trattava «solo di un appello». Di questo passo, potremmo forse trattare subito tutti i problemi economici, sociali e di altro genere con un unico parere e un unico appello, consapevoli che si tratta solo di un appello. L'opposizione formulava questo tipo di proposte nelle assemblee parlamentari dei paesi con regime comunista, nei quali, più si incontravano problemi economici, più si adottavano disposizioni, decreti ed appelli in materia, nella convinzione che tali misure potessero cambiare qualcosa. Propongo di adottare un parere che contenga il seguente appello, rivolto all'Unione europea e agli Stati membri: «bisogna che le cose funzionino!» Risolveremmo così non solo il problema dei dirigenti, ma anche tutte le altre questioni, di qualsiasi natura esse siano. A quel punto il Comitato economico e sociale europeo non sarà più necessario, e l'Unione europea e l'integrazione europea non potranno che trarne giovamento.

Esito della votazione

Voti favorevoli: 37

Voti contrari: 53

Astensioni: 9


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