A che cosa fa la festa il Black Friday?
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A che cosa fa la festa il Black Friday?

E così siamo arrivati alla settimana del Black Friday, che se ci pensiamo bene ha un nome che non dovrebbe suscitare le simpatie di un paese come il nostro che con tutto quello che è nero ha ancora dei grossi problemi. Che poi il Black Friday è una tradizione ancora più "importata dagli USA" di Halloween, che ogni anno scatena le prefiche della fine della nostra civiltà europea. Eppure già stamattina alle sette a una settimana dal suo inizio, il Black Friday era in testa alle ricerche su Google Trends.

nel grafico di Statista, il successo dell'evento di vendita online dell'ultimo regime comunista del mondo.

Un successo che coinvolge anche quello che è rimasto, tendiamo a dimenticarcelo ma per la riflessione oziosa che dobbiamo fare ci serve ribadirlo, l'ultimo paese nel mondo governato da un regime comunista. Ali Baba, il sito di e-commerce cinese, ha lanciato alcuni anni fa il Single Day, una giornata di grandi offerte dedicata ai single che si svolge l'11/11. Anche quest'anno le vendite sono stati sorprendenti: 38,4 miliardi di dollari, preparandosi anche quest'anno a raddoppiare i risultati ottenuti da Black Friday e Cyber Monday sommati.

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In fondo anche Jeff Bezos di Amazon si propone come un comunista: il suo progetto, descritto benissimo nel libro "The Four" di Scott Galloway, si potrebbe riassumere nello slogan "lavorare meno, consumare tutti". Accusato di distruggere posti di lavoro, Bezos ha dichiarato che bisognerebbe puntare su un "reddito minimo universale": un'ipotesi che potrebbe assomigliare al "nostro" reddito di cittadinanza o alla distribuzione dei beni con le tessere dei paesi comunisti negli anni della cortina di ferro. Che poi, pensandoci bene, non si tratta nemmeno più di consumare ma di acquistare, o meglio ancora pagare per entrare a far parte di un club che ti dia una piacevole sensazione di appartenenza senza nemmeno costringerti, appunto, a consumare quello per cui hai pagato.

Foto di Amelia Holowaty Krales / The Verge

Amazon Prime è il club esclusivo meno esclusivo del mondo, cui aderiscono ormai quasi il 50% dei consumatori americani che pagando la quota di iscrizione si garantiscono la gratuità sulla spedizione di moltissimi prodotti e perfino la possibilità di utilizzare un ricchissimo magazzino di contenuti video. La"possibilità di", appunto: fondamentalmente a Bezos non interessa che voi guardiate i contenuti prodotti, così come non gli interessa che indossiate i maglioncini o le scarpe che comprate.

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Perché da cacciatori e raccoglitori siamo fondamentalmente diventati accumulatori seriali, circondati da migliaia di oggetti nelle nostre case, con migliaia di scatti fotografici archiviati nei nostri telefoni e nei cloud, con decine e decine di serie tv da vedere ordinatamente elencate nell'apposito spazio su Prime Video, Netflix, Hulu o Infinity. L'accumulatore seriale è diventato così interessante che gli sono state dedicate apposite trasmissioni televisive, ed è diventato perfino il soggetto di una campagna Gucci in cui "Alessandro Michele e il fotografo Glen Lutchford, hanno scovato questi collectors nei più torbidi angoli del pianeta e hanno deciso di celebrarli nella campagna pubblicitaria Gucci 2018" (The Millennial.it).

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Consumare potrebbe addirittura essere vissuto come un sacrilegio: nei cooking show il cibo lo si prepara con attenzione, lo si guarda, lo si giudica al massimo centellinandolo (ma solo i giudici/sacerdoti possono farlo) ma assolutamente non lo si mangia. E se ci pensate è inevitabile: se tendiamo a disincarnarci, come facciamo aumentando il tempo in cui viviamo immersi nel mondo digitale, non abbiamo il bisogno di nutrirci, tantomeno di nutrirci in modo sano, o di consumare il cibo che abbiamo nel piatto. Ricordiamo tutti la famosa foto di Chiara Ferragni con una fetta di pizza in mano e la pizza intera nel piatto, costruita come i ritratti dei santi con il loro attributo iconico, per intenderci come Santa Lucia che ha gli occhi nel piattino e anche là dove dovrebbero essere, nelle orbite.

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Perché se il sistema di distribuzione delle merci sta cercando di rimpiazzare il comunismo ipotizzando una redistribuzione del reddito volta a consentirci di consumare (resta da stabilire chi pagherà questo reddito visto che al momento Bezos non è entusiasta all'idea di pagare tasse sui suoi guadagni dei nostri acquisti, ma questo è un dettaglio) si è appropriato già da tempo anche dell'immaginario legato alle tradizioni natalizie. Per il Natale 2019 la catena di Grandi magazzini Sainsbury's ha prodotto uno spot che celebra i suoi 150 anni di attività con un'atmosera dickensiana, splendido da vedere, cinematograficamente perfetto, narrato in modo accattivante e assolutamente coerente con l'annullamento dell'immaginario tradizionale legato al Natale. Alle origini di Santa Klaus quindi non c'è San Nicola e i suoi doni alle ragazze senza dote, ma un bambino sfruttato che ottiene da una gentile commerciante i mandarini che poi distribuisce nelle calze degli amici. Anche analizzando la comunicazione e le abitudini di consumo, quindi, risulta evidente come il sistema capitalistico abbia ormai sostituito, appropriandosene dall'interno, i suoi due massimi oppositori: l'immaginario comunista da una parte, l'immaginario cristiano dall'altro. Inevitabile quindi che queste due ideologie di contrasto si siano ormai ridotte a pura apparenza.

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Da un lato le "tradizioni cristiane" vengono identificate nell'ostentazione di un presepe e di un crocifisso sventolati come simulacri senza pensare al loro significato più profondo, cioè di racconti dei due estremi della vita di un uomo che ha predicato la salvezza degli ultimi e, ovviamente, senza parlare della sua divinità che lo ha poi portato alla resurrezione, perché se c'è resurrezione non c'è morte e, di conseguenza, non c'è ansia da colmare con il consumo. E chi frequenta le Chiese, sempre meno anche in un paese che sbandiera le sue radici cristiane, si accorge che il parlare della "resurrezione della carne", parte essenziale del credo cattolico, è diventato il tabù più grande.

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Dall'altro le manifestazioni di piazza, le proteste di popolo che hanno caratterizzato da sempre l'inizio delle rivoluzioni si sono trasformate in un "flash mob", un evento spettacolare che trova il suo significato non in un obiettivo rivoluzionario come lo scardinamento di un sistema in cerca della costruzione di un nuovo orizzonte, ma nel dress code del colore delle magliette indossate o di un nome accattivante come "sardine",capace di trasformarsi in un hashtag, a sua volta combattuto da un altro hashtag, in un circolo vizioso che ha proprio lo scopo di non far finire mai queste contrapposizioni puramente di facciata.

Attaccandosi ai simulacri vuoti, entrambi gli schieramenti si dimenticano di quello che di veramente rivoluzionario hanno fatto il cristianesimo da una parte e il comunismo dall'altra: scardinare un concetto temporale basato sulla ripetizione per indicare un orizzonte di cambiamento; il sol dell'avvenire da una parte, la Gerusalemme celeste dall'altra. Limitarsi a difendere una presunta identità che non si propone di muoversi verso qualcosa di definito significa rientrare nell'ottica che ha reso il sistema capitalistico di distribuzione delle merci il vero trionfatore, con la sua ciclica ripetizione di eventi di consumo. Affrettatevi dunque: presepi, sardine e magliette rosse sono in sconto. Ma ad essere acquistati siamo noi.

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