I premi Nobel e l'eccellenza italiana
Giulio Natta con alcuni dei suoi collaboratori. Immagine tratta dall'archivio http://www.giulionatta.it

I premi Nobel e l'eccellenza italiana

Come si misura l'eccellenza di una nazione nella scienza?

Una possibilità è quella di considerare i riconoscimenti internazionali ricevuti, per esempio, i premi Nobel. C'è chi dubita che questo tipo di iniziative faccia davvero bene alla scienza e personalmente trovo giusto discutere (o quando serve criticare) scelte, comitati e procedure. Allo stesso tempo, mi sembra dura sostenere che un Nobel non aggiunga prestigio scientifico ad una nazione, vedi questo sito per una discussione.

Pertanto vorrei iniziare esaminando quanti e quali sono quelli che ci riguardano, pur restando cosciente dei limiti di questo esercizio intellettuale.


1. Numeri e statistiche

Degli 935 Nobel assegnati ad oggi, 20 sono stati ricevuti da nostri concittadini; siccome l'Italia non arriva ad un centesimo della popolazione mondiale, saremmo tentati di concludere che questo sia un buon risultato.

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C'è però da notare, restando agli indicatori macroscopici, che ci superano non solo nazioni che hanno una popolazione più o meno equivalente alla nostra, intendo Francia (di 3 volte) Germania (di 5 volte) e Inghilterra (di 6 volte), ma anche nazioni più piccole, come Austria, Olanda, Canada, Svizzera, Svezia.

Passiamo a vedere, sempre limitandoci agli indicatori quantitativi, il numero di premi Nobel pro-capite ricevuti dalle varie nazioni europee. Anche se lasciamo perdere il caso di Svezia e Norvegia (sono mica in conflitto di interesse?) eccoci superati anche da Irlanda, Ungheria, Danimarca, Finlandia, sempre per restare in Europa. Come riassunto dall'eloquente figura che trovate qua vicino, non siamo al top neppure in questa classifica.

Come mai certe nazioni fanno tanto meglio di noi? Viene già voglia di ragionarci su.


2. I premi recenti

Andiamo più a fondo. Sono esattamente dieci i cittadini nati in Italia e che hanno ricevuto un Nobel nel dopoguerra, in una di quelle discipline dove gli investimenti nazionali sono più importanti. Li elenco:

  • medicina: Mario Capecchi nel 2007 (in USA dall'età di 7 anni) Rita Levi Montalcini nel 1986 (Wash U, USA) Renato Dulbecco nel 1975 (Caltech) Salvatore Luria nel 1969 (Indiana) Daniel Bovet nel 1957 (Pasteur)
  • fisica: Riccardo Giacconi nel 2002 (Princeton) Carlo Rubbia nel 1984 (CERN) Emilio Segrè nel 1959 (Berkeley)
  • economia: Franco Modigliani nel 1985 (Carnegie Mellon)
  • chimica: Giulio Natta nel 1965 (Politecnico di Milano)

Niente male a prima vista, sia qualitativamente che quantitativamente! Ma, lasciando da parte il caso di Rubbia, che coinvolge una istituzione estera finanziata anche dall'Italia, il CERN, c'è un fatto che salta all'occhio. Si tratta certo di persone nate in Italia, che alle volte hanno studiato in Italia, ma solo in un caso - l'ultimo di quelli elencati qua sopra - il vincitore riceve il riconoscimento mentre lavora in un istituto italiano. In altre parole,

l'unico Nobel del dopoguerra realmente "made in Italy" risale a mezzo secolo fa

Si noti che Natta lo vinse mentre collaborava con la Montecatini, un industria di punta all'epoca, lasciata fallire nel 1966.

(Non sono il primo a notare queste cose, naturalmente, e si possono reperire facilmente altre utili informazioni sull'argomento: per es., dalla pagina di Wikipedia versione inglese da cui traggo l'immagine qua sotto.)

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3. Un'ipotesi

I dati esposti sembrano meritevoli di una discussione.

Una spiegazione radicale è quella della congiura a nostro danno. È vero che ci sono state varie esclusioni di dubbio significato (per es., Jona-Lasinio, Cabibbo e Giazotto nel campo della ricerca che conosco meglio - la fisica) ma mi sembra di poter dire che casi di ingiustizie altrettanto gravi riguardino anche altre nazioni. Si possono immaginare varie congetture poco credibili, per esempio che gli italiani non sono capaci di pensare a casa loro; oppure, che i fasti della nostra nazione appartengono ineluttabilmente al passato. Non sono stato io a proporle né sarò io a difenderle; preferirei provare a formularne una decisamente diversa, che mi sembra più valida o forse persino più utile.

Prima di procedere, chiarisco che non intendo neppure entrare nel dibattito relativo al finanziamento della ricerca. Se ne parla con competenza altrove, per es., qui e non mi sento in grado di aggiungere niente di utile a riguardo. Proverei invece a ragionare di cose diverse, che riguardano principalmente l'ambito culturale e la sfera sociale, e che forse sono altrettanto importanti.


Ecco l'ipotesi che mi preme tanto formulare:

Forse partiamo da punti di vista diversi: mentre il Nobel si cura di premiare degli individui, il Belpaese (da un secolo a questa parte almeno) tende a mettere al primo posto i gruppi organizzati.

Mi spiego meglio: Senza nulla togliere al ruolo essenziale per il progresso di governi lungimiranti, istituzioni, accademie scientifiche, grandi esperimenti, o tantomeno di scuole o imprese industriali innovative (ci torneremo), resta il fatto che i passi avanti decisivi nella scienza siano merito di singole persone - di scienziati, di teste pensanti o di individui che dir si voglia. Ce lo dice la storia - e non è raro che si tratti di persone giovani.

Prendendo per buona questa congettura non dovrebbe sorprenderci troppo che non raggiungiamo l'obiettivo: quello che abbiamo scelto di darci è diverso sin dal principio - o meglio, sin dai principi che lo ispirano.

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Un evidente difetto della precedente diagnosi è che mette in discussione abitudini radicate. È difficile intravedere delle linee d'azione credibili in casi del genere; quando si toccano le convinzioni di fondo, si sollevano subito infinite resistenze, più o meno spontanee, più o meno coscienti, più o meno sincere.

D'altro canto, se qualcuno ritenesse giusto dar maggiore valore all'individuo e si sentisse libero di ragionarne, credo che considererebbe normale se non persino ovvio,

  1. porre il massimo di attenzione e cura verso le scelte delle singole persone che lavorano nella ricerca;
  2. agevolare lo sviluppo della persona, invece che pretendere che ci si conformi a modelli decisi a tavolino;
  3. riflettere sulle procedure con cui si scelgono e pianificano le linee scientifiche; su quelle di valutazione; sulla centralizzazione di certe decisioni;
  4. modificare - a vantaggio dei giovani - l'accesso alle risorse, le retribuzioni, e anche i rapporti di potere.

1) La proposta del primo punto - mettere l'accento su chi fa cosa, con che motivazioni, con che risultati - a qualcuno forse suona ovvia, ma la mia esperienza mi suggerisce che non lo sia affatto.

E perché non dovremmo ricordarci di quanto era importante in passato il confronto tra individui, in quella culla della civiltà che a Crotone ospitava Pitagora, ad Elea Zenone, a Metaponto Ippaso, a Taranto Archita, ecc? Quella che veniva chiamata Magna Grecia, dico; casa nostra, insomma?

2) Sul secondo punto - consentire a ciascuno di sviluppare il suo potenziale - ci sarebbe tanto da dire, ma siccome non vorrei deviare dagli scopi della discussione, lascio volentieri la parola al mio amico Mads Fjeldvig Gammeltoft, professore di scuola superiore in Svendborg (Danimarca), il quale mi ha spiegato che a casa loro vige il seguente principio etico:

«qualunque sia il lavoro che un cittadino danese sceglie di fare, muratore giornalista o scienziato, la società è al suo servizio perché possa diventare il migliore muratore giornalista o scienziato possibile».

3) Quanto al terzo punto - riflettere sulle procedure adottate, e in particolare sui modi per le valutaziona - rimando gli interessati a questa utile discussione.

4) Sull'ultimo punto - intraprendere azioni a favore dei giovani - noto che in Germania i post-docs prendono circa lo stesso stipendio dei professori e vengono trattati, a tutti gli effetti, come ricercatori - mentre da noi non è così, e lo sottolineo, siccome ho tante tantissime ragioni per dirlo.


Ma forse non serve scendere affatto in dettagli. In fondo, sto solo sostenendo che

in Italia, sarebbe ora di iniziare a credere davvero nelle persone.

Se ne fossimo convinti, gli ostacoli verrebbero diversamente affrontati e pian piano superati. A questo punto, obiettivi come quelli appena menzionati (o altri ancora) potrebbero essere realizzati molto più agevolmente.


4. Altre cose da fare

Potremmo (dovremmo) poi intervenire sulle concause, alcune delle quali coinvolgono chi fa ricerca o chi insegna. Ecco una lista parziale di domande e considerazioni:

  • Qualcuno crede davvero che lo scollamento esistente tra industrie di tecnologia avanzata (da una parte) e università/mondo della ricerca (dall'altra) ci renda più competitivi?
  • Riterrei importante incrementare le sinergie tra mondo della ricerca e università, specie nella gestione dei percorsi di dottorato. (Da un lato, ci sono esperienze di successo come la SISSA, e dall'altro, l'idea che il dottorato di ricerca sia prerogativa esclusiva dell'università mi sembra di dubbio valore. Vedi anche questo articolo.)
  • Sempre a proposito: Funziona ancora l'ascensore sociale? Promuoviamo la competenza e diamo credito a chi ha studiato e si è dimostrato capace?
  • Non mi è affatto chiaro che pensiero critico e creatività siano sufficientemente incoraggiate, tanto nelle scuole quanto nei centri di ricerca, specie per quello che riguarda i giovani.
  • Perché non dovremmo dare maggior importanza alla cultura scientifica? Siamo o no (lo ripeto) la terra di Archimede, di Leonardo, di Galilei e di tanti altri eminenti filosofi naturali?
  • Temo proprio che non siamo molto bravi a fare lobbying, voglio dire, a difendere e valorizzare i risultati che otteniamo come nazione.
  • Mi piacerebbe capire se riteniamo importante l'innovazione o se preferiamo limitarci solo ai proclami.
  • Un'ultima domanda, forse la più importante: diamo rispetto agli insegnanti? Lo chiedo - e forte - alle famiglie, agli studenti, alla società, ai dirigenti scolastici, a chi lavora presso il MIUR, ai politici. (Il problema non è solo nostro, si veda la testimonianza del Nobel R. Feynman.)

Ecco un modo relativamente ovvio per progredire: migliorando tutte queste cose e altre, anche di poco ma costantemente, si otterrebbe, nel medio termine, un effetto sistemico.


5. Commenti

Sicuramente, non ha senso avvilirsi per aver ricevuto "pochi" Nobel; magari si tratta di una fluttuazione statistica, svantaggiosa ma passeggera, e la risalita è vicina.

E poi il sistema educativo funziona abbastanza bene; ci sono competenze diffuse ed indiscutibili; c'è ancora un certo rispetto per la cultura; gli investimenti erogati, in certi campi della scienza almeno, non sembrano esigui (magari sono insufficienti, ma come ho detto non vorrei dilungarmi su questo); i risultati nella ricerca, in termini di pubblicazioni sono ottimi; alcuni scienziati sono coinvolti nelle più alte assemblee politiche, seguendo un uso che deriva dalle migliori tradizioni risorgimentali.

Siamo una nazione ammirabile, sotto tantissimi aspetti, nella scienza e non solo.


Ma, allo stesso tempo, nessuno ci proibisce di chiederci:

stiamo facendo il possibile per permettere ai più meritevoli di sviluppare i loro talenti e di raggiungere, magari, riconoscimenti prestigiosi?

Perché è ovviamente vero che nessuno ha in tasca la ricetta che possa garantire a loro (e a noi) il successo, ma mi sento anche di sostenere che la specifica ricetta che stiamo usando adesso non sembra funzionare benissimo - per i Nobel, almeno, non funziona proprio.



PS Raccomando caldamente la lettura, a chi non lo conoscesse ancora, dell'utilissimo volume

Ingegni minuti. Una storia della scienza in Italia

di Lucio Russo e Emanuela Santoni

Paolo Finocchiaro

head technologist at INFN-LNS

1 anno

L'ho riletto oggi e continua ad essere più attuale che mai.

Grazie Francesco per questa analisi, veramente interessante, ricca di informazioni e considerazioni veramente di valore. Mi trovi pienamente d’accordo.

Francesco Vissani, PhD

Laboratori Nazionali del Gran Sasso at INFN

7 anni

Caro Vincenzo grazie del commento e buon anno! Penso ci sia molto del vero in quello che dici e nessuno puo' negare che le circostanze esterne (industria e politica) abbiano una grande importanza per la ricerca scientifica. Per es., Natta ottenne i suoi risultati ai tempi di Mattei, scomparso nel 1962 assieme alle nostre ambizioni su petrolio e metano; negli stessi anni il caso Ippolito (1963) ebbe un impatto nefasto sullo sviluppo della tecnologia nucleare. Non stupisce che certe linee scientifiche di chimica e fisica si siano assai indebolite, anche se mi sembra che certi ambiti della fisica teorica o quei settori che non erano parte della big science non furono altrettanto gravemente intaccate; che la ricerca medico farmacologica appartenesse e appartenga ad altre logiche; e non saprei dire se l'informatica (un settore in cui partivamo bene) ci abbia visto nel lungo termine come protagonisti. Bisogna certo riflettere sulla storia per capire gli errori fatti e se possibile per non ripeterli. Ma la mia considerazione di fondo e' un'altra: penso che sarebbe bene sforzarci di capire cosa possiamo fare noi, oggi, dall'interno dei centri di ricerca e della universita', muovendoci sui piani della politica scientifica, della morale, della cultura. Il motivo e' semplice: cose del genere le possiamo fare. Quanto poi alle circostanze, vedremo. (PS un dubbio a margine sulla letteratura: perche' le nostre scuole non propongono piu' spesso Grazia Deledda invece di, che so, Gabriele D'Annunzio? Non lo dico solo per il Nobel o per le quote rosa; ma perche trovo tanto faticoso il secondo, quando trovo gradevole la prima)

Avevo già notato la cosa da molto tempo. Avevo cercato di darmi una risposta: la ricerca scientifica ed i premi Nobel nei settori scientifici sono in qualche modo collegati con lo sviluppo tecnologico-industriale di un paese. l'Italia non ha mai primeggiato nel settore tecnologico-infustriale. l'Italia è un paese di grandi artisti, poeti, scrittori... Forse quindi primeggia per i Nobel in letteratura! Accidenti, neanche qui siamo messi molto bene!! Allora???

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